Dall’altra parte del muro – 1

shostQuando a Berlino nel 1989, i picconi e i bulldozer demolirono il Muro, crollò insieme ad esso una parte di mondo, trascinando con sé sogni ed ideali, sistemi di valori e di cultura, uomini e donne con le loro vite piccole o grandi. L’ubriacatura che ne seguì – con l’arroganza del vincitore che processa lo sconfitto – liquidò tutto quel mondo come barbarie civile, stendendo un velo di identico disprezzo su realtà diverse, su storie differenti e su sensibilità opposte, in un ottuso manicheismo fatto di leggende nere. La liquidazione della diversità e dell’esperienza storica di DDR o URSS, tuttavia, non cancella la testimonianza di ciò che – nel bene e nel male – fu quel pezzo di mondo. Proprio la recente lettura di un piccolo volume dello scrittore inglese Julian Barnes (“Il rumore del tempo”), dedicato alle vicende umane di Šostakovič prese a pretesto per la solita retorica dello scontro tra arte e potere (la vicenda del sommo compositore sovietico è, invece, più complessa e articolata), mi ha portato a riflettere su quel che c’era davvero dall’altra parte del muro. Almeno dal punto di vista musicale. Un mondo diverso, una tradizione diversa, ma soprattutto un differente rapporto con la musica classica e contemporanea: fatto di varietà e vitalità, curiosità e sperimentazione, senza il dover “rendere conto” a stereotipi impagliati o feticci (paradossalmente la stessa libertà – pur declinata diversamente – si trova dall’altra parte dell’oceano, in quegli Stati Uniti che a cavallo tra i ’60 e i ’70 hanno stravolto i modelli europei). La differenza tra i due lati del muro si percepisce sia nella produzione di musica “nuova” sia nell’interpretazione di quella “classica” con una libertà impensabile, forse valvola di sfogo di altre privazioni. Le tante orchestre dell’universo socialista si caratterizzano tutte per una identità precisa e prorompente, un carattere deciso e originale sempre sorrette da un bagaglio tecnico impressionante. E così il Beethoven suonato nella DDR o a Praga in quegli anni, appare tanto diverso da ciò che si sentiva normalmente nei dischi che circolavano nel cosiddetto occidente, ma allo stesso tempo si percepisce come vicino a noi, umano e carico di vita. In questo appuntamento – che avrà cadenza mensile – voglio proprio approfondire e proporre al lettore/ascoltatore questa diversità, per discutere e riflettere insieme di un mondo perduto che forse meritava e merita più rispetto e comprensione. La prima puntata è dedicata a Šostakovič che è uno dei miei compositori preferiti in assoluto (a mio parere e a mio gusto, il più grande musicista del ‘900 sia per complessità e varietà della produzione – che ha abbracciato tutti i generi e sperimentato i più diversi linguaggi – sia per la ricchezza dell’esperienza di un artista che davvero è stato interprete di passaggi storici epocali, fatti di tragedie e speranze). Ancora oggi è una figura sfuggente che va scoperta e compresa senza i pregiudizi che si limitano a farne l’epigono del conflitto tra potere e arte, ignorando la complessità dei rapporti con il potere sovietico e con una differente visione etica prima che ideologica: purtroppo nell’ubriacatura post ’89 si sono create leggende nere e falsificazioni pari a quelle che si mirava ad estirpare: così un mondo è stato cancellato in blocco come fosse espressione di un orrore da dimenticare, cercando di rileggere le vicende – umane e artistiche – di uomini e donne come frutto della sopraffazione e dell’ignoranza. L’occasione di una chiacchierata tra amici mi ha fatto pensare alla sua produzione sinfonica: difficile orientarsi in una così ricca discografia senza una mappa od un percorso. Data l’estrema varietà di linguaggi sperimentati dal compositore e l’importanza della sua produzione musicale, credo non sia possibile indicare una sola edizione di riferimento: le integrali, inoltre, se presentano il vantaggio della completezza, hanno il difetto di una visione troppo unitaria – da parte del direttore – che in un compositore “disomogeneo” come Šostakovič impoverisce lo sguardo d’insieme. A voler indicare qualche “indispensabile” (con particolare attenzione alle produzioni sovietiche), le prime che mi vengono in mente e che mi paiono irrinunciabili sono:
– Kegel: n° 1
– Mravinskij: n° 7, 8, 11 e 12
– Bernstein: n° 7 (con la Chicago), n° 5, 7 e 9 (con la New York Philarmonic)
– Sanderling: n° 8, 10 e 15
– Celibidache: n° 9

Mentre tra le integrali:
– Kondrašin (Melodiya): edizione “classica” che rappresenta l’autentico suono sovietico.
– Roždestvenskij (Melodiya): sempre di impianto classico, ma con un tono più espressionista.
– Barshai (Brilliant): edizione molto personale, ma importantissima (anche per il rapporto tra direttore e compositore) per le particolari scelte di tempo e sonorità.
– Kitajenko (Capriccio): è la mia edizione preferita, moderna e nello stesso tempo antica, in una visoìione fondamentalmente epica della produzione sinfonica dell’autore.
– Vasilij Petrenko (Naxos): bellissima edizione da poco completata. Dovrebbe essere più conosciuta poiché davvero evento musicale.
– Maxim Šostakovič, figlio del compositore (Supraphon): splendida interpretazione, resa ancor più affascinante dal nome del direttore.
Lascerei sugli scaffali Gergiev (insopportabilmente manieristico) e Rostropovich (che come direttore non mi dice proprio nulla). Non mi sono volutamente occupato delle edizioni più “occidentali” (dalla pur bella incisione di Jansons, penalizzata dalle differenze qualitative delle diverse orchestre impiegate, alla n° 10 di Karajan che non mi entusiasma, sino alla famigerata n° 7 diretta da Toscanini che trovo sia un’esecuzione francamente brutta, superficiale ed effettistica.

Gli ascolti

N. 1

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N. 2

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10 pensieri su “Dall’altra parte del muro – 1

  1. Di Kegel, séntiti anche la Prima di Mahler, il Wozzeck (se ti piace), il Parsifal e sostanzialmente tutto quanto ci ha lasciato (perfino un Otello di Verdi captato negli anni Cinquanta alla Radio di Lipsia, pur compromesso da un inadeguato protagonista, il tenore Miltschinoff). Poi, il Beethoven e lo Schumann di Konwitschny, il Dvorak di Otmar Suitner. Ok, non c’entra nulla.

    Su Shostakovich, prima della pubblicazione completa dell’integrale di Vassily Petrenko, la Naxos aveva (e ha) in catalogo l’edizione completa sotto l’egida di Ladislav Slovak, un maestro che aveva collaborato con Mravinsky all’epoca della prima esecuzione di alcune sinfonie e che trovo dia una bellissima interpretazione delle sinfonie cosiddette “brutte” (la 11, la 12, la 2, la 3), virandola molto sulla drammaticità. La Babi Yar, col basso Mikulas, secondo me è addirittura eccellente. I punti deboli di questi dischi sono una qualità tecnica un po’ altalenante (ma se ti piace Mravinsky non sei solo audiofilo, direi) e un’orchestra Slovacca che denota qualche limite, anche se forse è dovuto solo alla presa sonora.
    Di recente ho ascoltato una Nona diretta da Igor Oistrakh, in una delle sue incursioni sul podio: nulla di che, direi. L’ho anche pubblicata sul mio canale youtube, e anche la Prima di Solti, che se devo essere sincero non mi piace per niente, mi pare troppo controllato.
    Kitaenko ce l’ho in Prokofiev e lì non mi ha entusiasmato, ma Shostakovich è cosa diversa.
    Non conosco per niente invece i cicli di Caetani (con la Verdi!), di Jansons, di Ashkenazy.

  2. Sempre splendide queste vostre iniziative. Peraltro condivido con Duprez il giudizio sull’integrale di Kitajenko (davvero splendida l’orchestra di Colonia!), che è anche la mia preferita. Confesso che a me però piace moltissimo anche la Decima diretta da Karajan, un’interpretazone che, secondo me, fa il paio con la sua Quinta di Prokofiev, dove la “ciaikovskizzazione” della musica dei due autori (ancorché discutibile), secondo me paga ottimi dividendi.

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