Nikolaus Harnoncourt, 1929-2016

nikolausLa scomparsa di Nikolaus Harnoncourt, seguita a quella di Pierre Boulez, Kurt Masur, Christopher Hogwood e Claudio Abbado, segna l’inesorabile passare del tempo. Un’epoca sembra chiudersi in questi ultimi anni ed è tremendamente difficile, per me, oggi, parlare del grande direttore senza che il doveroso omaggio al musicista si intrecci ai ricordi: perché, come molti altri della mia generazione, sono cresciuto ANCHE con le sue incisioni, grazie alle quali ho scoperto nuovi orizzonti o nuovi modi di eseguire un certo repertorio. Harnoncourt è una figura capitale nella storia dell’interpretazione musicale del XX secolo e la sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile. Nato nel 1929 a Berlino, ma appartenente all’antica nobiltà austriaca (la sua famiglia era imparentata con gli Asburgo-Lorena), Johann Nicolaus Graf de la Fontaine und d’Harnoncourt-Unverzagt, iniziò la sua carriera musicale come violoncellista nei Wiener-Symphoniker (voluto da Karajan), e nella sua lunga carriera diresse le maggiori orchestre del mondo riuscendo sempre ad imprimere un segno preciso della propria personalità. Direttore dai vasti orizzonti culturali, musicologo e musicista, fu tra i primi a porsi il problema dell’esecuzione del repertorio barocco e prebarocco attraverso lo studio della prassi dell’epoca e l’utilizzo di strumenti originali. Fondò nel 1953 il Concentus Musicus Wien e diede vita ad una delle più grandi rivoluzioni nel mondo della musica. Certo sono passati più di 60 anni e molte cose sono cambiate: il recupero della prassi esecutiva antica ha conosciuto uno sviluppo impensabile, divenendo una vera e propria scuola, ricca di anime, approcci differenti, scontri, resistenze, anche degenerazioni e mode, ma alla fine degli anni ’50, il concetto per cui la musica non potesse limitarsi alla riproduzione e alla ricerca del bel suono, ma dovesse, prima di tutto, comunicare idee e vita, non poteva che suonare come una provocazione. E non è un caso che l’esperienza di Harnoncourt si collochi negli stessi anni delle contestazioni della musica contemporanea: quasi fosse anch’essa un urlo liberatorio contro un certo conformismo rassicurante, come se il superamento di un barocco ridotto al suo mero aspetto salottiero e garbato, fosse il corrispettivo delle battaglie di Boulez, Messiaen, Henze, Stockhausen etc. intorno alla nuova musica. Rivoluzionare l’approccio alla musica antica attraverso sé stessa: forse così si può riassumere l’avventura del musicista dagli occhi spiritati e dai modi estrosi, ma umanissimi dell’aristocrazia mitteleuropea. Il nome di Harnoncourt è legato a tanti progetti, a tante riscoperte, a tante avventure. A cominciare da Bach, di cui fu il primo – insieme a Gustav Leonhardt – a rivederne l’approccio esecutivo: un Bach demonumentalizzato e desacralizzato, per portarne alla luce l’ossatura musicale (e anche oggi la sua integrale delle Cantate è una pietra miliare). E dopo Bach Monteverdi: Harnoncourt per primo ne studiò l’opera, valorizzandone la singolarità e non cercando di ricondurla ai più ristretti canoni dell’opera seria o, peggio, del melodramma. Le sue incisioni di Orfeo, Ritorno d’Ulisse in Patria e Incoronazione di Poppea hanno aperto la via alla rinascita dell’interesse attuale per Monteverdi, culminata nelle esecuzioni nei teatri e nel geniale connubio con Ponnelle (anche alla Scala). Certo oggi quelle incisioni si prestano a critiche (cantanti non ineccepibili e pronuncia aliena), ma allora era un repertorio da reinventare completamente: fu una rivoluzione il suono aspro degli strumenti originali, così come l’approccio libero al testo (quella “sprezzatura” totalmente ignorata dalle pur timide riprese monteverdiane, soprattutto in Italia, dove pareva impossibile svincolarsi dai canoni operistici tradizionali). E poi Mozart sempre nel solco del superamento delle modalità espressive allora in uso ed ancora discendenti da certi autocompiacimenti romantici: a costo di scelte difficili che nulla concedevano all’edonismo dell’ascoltatore. Ma Harnoncourt non si limitò alla musica barocca e al ‘700: la sua curiosità intellettuale si spinse a Beethoven (con letture di straordinaria modernità volte a restituirne l’asciuttezza classica), a Schubert, a Schumann, a Dvorak, a Bruckner, a Brahms, sino al Verdi umanissimo di un’Aida unica per rigore musicale e profondità, al Gershwin catapultato tra i grandi del ‘900 di Porgy and Bess e ai valzer di Strauss del Concerto di Capodanno. Direttore capace di guidare compagini moderne e antiche, mescolandone gli approcci (dai Berliner ai Wiener, dalla Chamber Orchestra al suo Concentus) fu musicista lucido ed onesto, libero da dogmi e aperto alla sperimentazione (tanto diverso da certi suoi discepoli o avversari che – in un campo o nell’altro – sentono di avere in tasca la verità), tanto da potersi esprimere criticamente contro le degenerazioni della sua stessa creatura: qualche anno fa interrogato sull’etichetta di “autenticità” o di “storicamente informata”, ironizzò dicendo che si trattava di mode e di imbrogli, poiché tutte le esecuzioni sono autentiche e figlie del loro tempo o dell’idealità del suo esecutore, così come non esistono esecuzioni “storicamente informate” perché – logicamente – dovrebbero esistere esecuzioni “disinformate”, e questo era per lui un’assurdità. Questo fu Harnoncourt: un musicista difficile, originale, un pioniere, un rivoluzionario, un uomo di cultura, un musicologo: perdiamo tutto questo…e l’umanità profonda del suo sguardo vivace attraverso gli occhi sgranati, segno di un rinnovato stupore per la musica riscoperta ogni volta come fosse davvero la prima. Per me resta il rimpianto di non poterlo sentire a Milano in quel Porgy and Bess programmato per il prossimo ottobre. L’omaggio del Corriere a questo gigante ripercorre le tappe della sua avventura musicale: un lascito che resterà nel cuore e nella memoria di tutti noi. Gute Nacht Nikolaus.

Ps: l’agenzia di stampa italiana è stata l’ultima nel mondo civile a dare notizia della scomparsa del grande direttore, occupata nel dar conto delle dichiarazioni del Presidente del Consiglio ospite di un programma televisivo domenicale di più che dubbio gusto. Ennesima dimostrazione di disinteresse per la cultura e per la nostra civiltà.

Gli ascolti:

JOHANN SEBASTIAN BACH:

– Magnificat in Re maggiore, BWV 243

Immagine anteprima YouTube

– Cantata, BWV 82 “Ich Habe Genug”

Immagine anteprima YouTube

CLAUDIO MONTEVERDI:

– L’Orfeo

Immagine anteprima YouTube

FRANZ JOSEPH HAYDN:

– Le Stagioni

Immagine anteprima YouTube

– Sinfonia N. 94 “Oxford”

Immagine anteprima YouTube

WOLFGANG AMADEUS MOZART:

– Messa per l’Incoronazione in Do Maggiore, K 317

Immagine anteprima YouTube

– Sinfonia N. 41 in Do maggiore “Jupiter” K 551

Immagine anteprima YouTube

LUDWIG VAN BEETHOVEN:

– Sinfonia N. 6 in Fa Maggiore, Op. 68

Immagine anteprima YouTube

– Concerto per Violino, Op. 61 (Gidon Kremer)

Immagine anteprima YouTube

FRANZ SCHUBERT:

– Sinfonia in Do Minore “Tragica”, D 417

Immagine anteprima YouTube

– Sinfonia in Do Maggiore “La Grande”, D 944

Immagine anteprima YouTube

ROBERT SCHUMANN:

– Sinfonia N. 3 in Mi bemolle Maggiore “Renana”

Immagine anteprima YouTube

– Concerto per Pianoforte in La Minore (Martha Argerich)

Immagine anteprima YouTube

GIUSEPPE VERDI:

– Aida – Preludio

Immagine anteprima YouTube

ANTONIN DVORAK:

– Stabat Mater

Immagine anteprima YouTube

JOHANNES BRAHMS:

– Eine Deutsches Requiem

Immagine anteprima YouTube

ANTON BRUCKNER:

– Sinfonia N. 4 in Mi bemolle Maggiore “Romantica”

Immagine anteprima YouTube

GEORGE GERSHWIN:

– Porgy & Bess (Atto II, scena 2)

Immagine anteprima YouTube

JOHANN STRAUSS II:

– “An der schönen blauen Donau”

Immagine anteprima YouTube

30 pensieri su “Nikolaus Harnoncourt, 1929-2016

  1. Proprio una gran brutta notizia. Condivido appieno il contenuto della commemorazione di Duprez.
    Si può dire che io abbia scoperto davvero Monteverdi con i video zurighesi di Harnouncourt e Ponnelle. Soprattutto mi ricordo ancora a distanza di anni l’esecuzione del Maestro alla guida dei Wiener quando mi pare nel 2002 e 2003 ebbi la fortuna di andare a Salisburgo a sentire Don Giovanni e La clemenza di Tito. Interpretazioni veramente notevoli, grande direzione, splendido suono di una splendida orchestra. Cantanti dii valore variabile (ho sentito un Tito molto migliore a Torino qualche anno dopo) e due orrende regie di tale Kusej che mi pare imperversi ancora nei teatri di area germanica. Un Mozart reso con un’interpretazione emozionante

  2. MI sento solo di aggiungere, per quel che concerne la musica vocale, che recuperare repertori sul piano storiografico e dell’esecuzione strumentale è solo una parte del lavoro necessario. Il canto resta con Harnoncourt una non casuale Cenerentola, esecutori per lo più pessimi se non inascoltabili, il che per la musica barocca, nata e pensata tutta per il canto, palestra del fenomeno dei castrati, suona peggio di un controsenso. Peggio per le conseguenze di un lavoro mirabile ed erudito immortalato da una discografia immensa che fa da esempio a chi studia canto o canta…..con le conseguenze ben note. Un lavoro che proprio per la sua vastità e sistematicità produce sul piano della musica vocale esiti definitivi ed assoluti. ahimè. Non a caso era tedesco, quindi per definizione intellettualissimo ma del tutto allergico ed insensibile alla voce cantata.

    • Mi sembra una considerazione ingenerosa la tua, oltre che – scusami – inopportuna in questo momento: a te, o ad altri, potrà non piacere il suo approccio, ma resta oggettivamente uno dei massimi interpreti del XX secolo musicale. La rivoluzione iniziata da Harnoncourt potrà non soddisfare tutti gli ascoltatori (sicuramente quelli legati ad un’interpretazione del barocco in traduzione vittoriana o romantica), ma resta di importanza storica. Considera gli anni in cui ha sviluppato i suoi studi ed approcci: quando Beecham incideva i suoi mostruosi Messiah con orchestre più adatte a Bruckner… Poi che la musica barocca fosse limitata al canto è opinione un poco avventurosa. Senza contare che Harnoncourt si dedicò poco all’opera e quasi per nulla all’opera italiana (che, noto, viene sempre tirata in ballo anche quando non c’entra nulla). Ma tornando al suo repertorio vorrei soffermarmi su Monteverdi e Bach: certo imperfetti, ma allora dirompenti. Erano gli anni in cui le Passioni bachiane venivano eseguite con tensione wagneriana o Monteverdi veniva trasformato in una specie di melodramma ante litteram con trascrizioni che non tenevano conto della complessità del rapporto tra parola e musica. E lo stesso vale per Mozart. Sono incisioni perfette? No. Come non lo sono neppure quelle dei residuati dei 78 giri, zeppi di errori e orrori… Ma ancora si ritorna a parlare di opera quando non c’entra nulla. O di canto inteso come uno e uno solo (come se esistesse solo il melodramma italico in salsa vittoriana). Il problema è porsi criticamente di fronte a chi ritiene di avere in tasca la verità: nessuno ha l’esclusiva. Tanto meno nella musica. Ci lascia un grandissimo interprete che rimarrà nella storia, ben oltre le sterili e piccole polemiche che pure non mancheranno. Ripeto: Harnoncourt può piacere o meno, ma indicarlo come cattivo esempio ed insensibile al canto perché tedesco mi pare una fesseria, prima ancora d’essere un’inesattezza storica.

      • Ma io non sono ingenerosa perché no ho mai comprato un suo disco d opera. Lui sarà un genio della bacchetta ed u filologo eccelso ma i suoi cast fanno schifo. Non compro un disco barocco per chi dirige ma per chi canta. E i suoi dischi sono dei pollai . …intellettuali ma pur sempre pollai. Mi taccio sull artista di marketting che la gigantesca messe di dischi documenta in mirabili porcheria da casa discografica come l Aida…Del suo lavoro intellettuale non discuto ma ….insomma trascurare il.canto tu lo trovi cultura musicale? Senso storico? Reale valorizzazione della musica vocale barocca? Io no

        • Le rivoluzioni cominciano da qualche parte. Ed e’ piu’ probabile che comincino con un direttore che con un cantante. Poi, le rivoluzioni sono fatte di esiti non riusciti, errori e tentativi, perche’ quando ci si allontana dalla terra conosciuta, e’ piu’ facile trovare altra acqua che non subito altra terra.
          Basta ascoltare le registrazioni “filologiche” degli anni ’70 con quelle di adesso, inclusa l’evoluzione di Harnoncourt, che nel bene o nel male era un uomo che continuava a cercare e non si fossilizzava su risultati da fossilizzare.
          Invito anche solo a riflettere su come sia cambiato, nell’ambito della cosiddetta filologia, l’approccio a Rossini da primi anni della Renaissance, in cui non si poteva aggiungere, togliere, ornare o fare niente se non era scritto, dove il testo/testo/testo era l’unica fonte di verità assoluta, anche quando palesemente incompleto o sbagliato.

          E bisogna tenere le orecchie bene aperte. Non chiuse su una tradizione da talebani che data poco piu’ di un secolo. Eh si’, perche’ molte tradizioni, tecniche di impostazione vocale, etc…cui le registrazioni ci danno testimonianza, sono al massimo tardo ottocentesche. Per cui spesso non hanno piu’ autorità di qualcuno che si va a leggere i trattati e sperimenta.

          Il tutto per dire che ce ne vorrebbero altri cento di Harnoncourt che con onestà e passione continuano a cercare, immaginare e provare, invece di ripetere e confrontare solo col passato.

        • Quell’Aida pur con tutti i difetti del mondo è la più interessante registrazione verdiana dai tempi del Ballo di Busch.
          Per il resto non intendo più rispondere a discussioni che definiscono “pollai”, “porcheria” o marchette un artista come Harnoncourt. Per quanto mi riguarda qui passo e qui chiudo definitivamente.

          • La difficoltà nel cogliere il senso ed il valore del “tutto” e di ostinarsi solo su un attributo dell’insieme è tipico dei settari. Un pò come estrarre il cloro dal sale da cucina – resta solo del veleno. Capiranno mai i nostri amici grisini che il senso ed il valore del canto esistono solo all’interno di un dominio complesso di ordine superiore? Forse no, c’è da stare pronti ad altre analisi di ginecologia vocale…
            Grazie per la sua riflessione su un grande maestro

          • capirete mai che il canto se non funziona nella musica vocale, distrugge la musica vocale?

          • trovo veramente fuori luogo il commento di MGL. ma di cosa parliamo? harnoncourt non è il primo né l’ultimo ad essere un grande direttore poco attento alle voci, la grisi ha ragione. e francamente non se ne può più di dischi ed esecuzioni dal vivo in cui a fronte di grandi orchestre e cori tocca sorbirsi miagolii e lamenti. pensiamo alle incisioni di pappano, orchestre strepitose e cani che latrano….bella roba. di quale “tutto” stiamo parlando? se ascolto un cane che latra rimane un cane che latra anche se di sottofondo c’è karl bohm. e comunque “ordine superiore” è espressione tipica dell’assolutismo e della gerarchia, oltre che viatico per farci ingoiare qualunque schifezza indigesta. non a caso è espressione cara a certa feccia politicante del belpaese.
            saluti.

          • In replica la commento di Franz, suggerisco di sentire la puntata di oggi della barcaccia – Radio 3 – disponibile in podcast nella quale si lascia spazio ad un ampia intervista di cantanti che hanno lavorato con Hamoncourt. Niente di più sbagliato il pensare che H. non fosse attento alle voci, al contrario pare che le selezionasse con particolare attenzione sulla base di caratteristiche precise. Naturalmente ogni scelta può essere più o meno condivisibile. “Dominio di ordine superiore” è linguaggio derivato dalla logica – che a molti difetta – e non dalla politica dalla quale c’è veramente poco da derivare. Con cordialità

          • Pienamente d’accordo con Giulia. Quanto al Ballo di Busch… Lasciamolo a Bagnoli é c., grazie.

          • Sta zitto che fai una figura migliore…
            Comunque complimenti! Con questo commento sul Ballo di Busch (una delle interpretazioni più importanti nella discografia verdiana) ti sei meritato il premio “cazzata del secolo” a pari merito con chi ha fischiato Kleiber in Otello.

          • “Al contrario pare che le selezionasse con particolare attenzione sulla base di caratteristiche precise”. Tipo quando scritturava Elisabeth von Magnus, all’anagrafe Elisabeth Harnoncourt, sua figlia. Omnia munda mundis…

          • Via Duprez, sei grande, credo che tu sappia anche convivere con le opinioni diverse dalle tue, non mi pare di aver detto chissà quale eresia. In ogni caso, credo che nessuno abbia da dire su Harno nella sua globalità. Io stesso ne sono ammiratore, cum grano salis. Nel contempo, tuttavia, ritengo che le obiezioni su uno specifico argomento fatte da Giulia siano abbastanza cogenti.

  3. Rilevo che il Corriere della Sera non ha perso tempo nella consueta opera di codardo sciacallaggio: dopo i vergognosi articoli di Isotta che denigravano Kleiber, Pavarotti e la Schwarzkopf a “cadavere ancora caldo” oggi il testimone passa a Girardi che segna una nuova tappa nella decadenza della critica italica. Che tristezza e che schifo!

    • Girardi è una gran bestia. L’ho sentito in TV a dire che in fondo Don Giovanni non faceva nulla di male. Ah no? “Due imprese leggiadre: sforzar la figlia ed ammazzare il padre” (Leporello dixit). Questo è il livello etico, per non parlar d’altro, di tanta critica nostrana. Ho trovato però una mosca bianca nel necrologio di Harno stampato su Classic Voice, numero di aprile. pp. 42-47. Fra le altre cose cita un lungo virgolettato del nostro Duprez e lo sottoscrive a piene mani. Annotiamoci il nome della felice eccezione: Carlo Vitali, e pure quello di chi ha compilato la discografia ragionata: Carlo Fiore.

      RIP Harno,

      Elisabetta

  4. Non ho mai seguito Harnoncourt con grande affetto, ma mi ha sempre sorpreso constatare come, nel caso delle incisioni monteverdiane, i cast siano notevolmente peggiorati col passare del tempo, innegabilmente la sua Poppea e il suo Ritorno di Ulisse incisi per la Telefunken negli anni ’70 sono ancor oggi di assoluto riferimento ANCHE per alcuni cantanti scelti (penso) da lui (chi oggi sa più eseguire decentemente il “trillo ribattuto” come si ascolta nelle sue lontane incisioni?) . Le opere incise in seguito, invece, si basano spesso su cast vocali orrendi. Forse non solo per colpa sua. Io sono sempre più convinto che il canto operistico (da Monteverdi a Britten) sia oggi definitivamente estinto , insieme agli ultimi grandi interpreti che tutti conosciamo.

  5. Ma chissenefrega dei cast, chissenefrega delle asprezze, chissenefrega di maschere, appoggio, fiati e tutte le menate buone a valutare una qualsiasi esecuzione con implacabile spirito da Beckmesser, chissenefrega delle regoline e della tradizione di fronte ad un musicista che ha reinventato la musica classica e l’approccio ad essa! È come soffermarsi sul dito ignorando la luna. È come criticare Picasso perché dipingeva i visi storti! Si può detestare o amare ma Harnoncourt ha rivoluzionato l’esecuzione della musica nel XX secolo.

  6. Vorrei condividere una riflessione e mi scuso del disturbo . Ho fatto caso che ci sono meno buu_atori in una partita di rugby del campionato inglese che in una prima rappresentazione d’opera alla Scala.
    Ci si potrebbe chiedere come mai questo capiti, provo quindi con una lista di possibili motivi (la metto giù tutta ordinatina in sequenza di lettere, come qualche volta è uso vedere nel blog..)
    a) I giocatori di rugby del campionato inglese sono più bravi dei cantanti alla Scala (forse anche nel canto),
    b) Il campionato di rugby inglese non è gestito da direttori incompetenti che cercano di spacciare le palle di Salisburgo (quelle al cioccolato, di Mozart, per intendersi)
    c) Gli spettatori inglesi di rugby non sono organizzati in conventicole, lobbies di impresari , fra-massoni (quelli forse stanno nei consigli di amministrazione) e quant’altro. Inoltre sono più competenti nel loro campo di quanto lo siano una parte di quelli della Scala nel loro
    d) Gli spettatori inglesi di rugby, anche se ubriachi, sono più educati di una parte di quelli della Scala,
    e) Gli spettatori inglesi non hanno studiato il Marketing, e qui mi devo spiegare. Oramai fischi e pernacchi alla prima rappresentazione di un’opera alla Scala sono abitudine consolidata (qualche volta nel passato ci si menava anche nel loggione , cosa stranamente non contemplata negli stadi di rugby inglesi). Alcuni ritengono sia segno di vitalità latina, di certo oramai questo spernacchiamento è un vero “prodotto tipico” che purtroppo gli artisti sul palco sembrano non apprezzare – forse è gente poco spiritosa. Come “prodotto tipico” merita il suo trattamento di Marketing, infatti certi tour operator cinesi e giapponesi la propagandano per i propri clienti in visita a Milano e non vanno delusi. Una volta ero presente quando questo non successe, i miei vicini di posto, degli orientali penso della zona di Shanghai, si sono lamentati. Capendo un po’ della loro parlata ho inteso dire “ma che minchia succede, qui non fa casino nessuno” (mi scuso per la volgarità ma molti della periferia di Shanghai parlano così..) allora per ristabilire l’equilibrio si sono messi a fischiare loro
    Autorevoli firme di qui argomentano con encomiabile precisione che dalla metà degli anni ottanta quasi nessun cantante è stato degno di una esibizione alla Scala (migliore opera: una Butterfly in forma di concerto all’auditorium, veramente splendida e memorabile), un po’ meglio sarebbero andati i direttori di orchestra (per l’amor del cielo, solo qualcuno, non esageriamo..) e bene invece – mediamente – il coro. E’ un dolore leggere dei lamenti di uno stimato e competente professionista (tenutario di una salumeria, mi pare, secondo una sua dichiarazione) mentre è invece sempre un grande piacere ritrovare anche per suo tramite la memoria e la traccia di grandi del passato (molti dei quali erano qualche volta ed a loro volta spernacchiati alla Scala ed in altri teatri). Per una sua consolazione e per un conforto nei suoi anni maturi, forse passare al campionato di rugby inglese?… Come detto, di certo è molto meglio frequentato.
    E mia cara signora Giulia (se penso a quanti cuori si sono riempiti e quante porte si sono aperte alla speranza nel suono della sua voce), in attesa di una nuova giovane Oliviero o di una risorta Maria (da noi verrebbero spernacchiate qualche volta anche loro, ne sono certo..) che fare? Forse una linea di critica costruttiva piuttosto che una linea critica distruttiva alla “Sgarbi” può funzionare meglio per la conservazione e la diffusione della musica che amiamo ?
    Non penso che sarà la sola difesa di tecnicismi a salvare la meraviglia del canto, così come una scuola di perfezionamento della mischia a salvare il rugby (in crisi anche lui), ma quello che penso non interessa a nessuno (qualche volta neanche a me).
    Mi congedo, chessò augurando al maestro Chailly una prodigiosa meta nella partita contro “La Fanciulla del West” (oops, volevo dire “rappresentazione”). Il 3 maggio i miei conoscenti della periferia di Shanghai ci saranno, chissà.. qualche bella pernacchia non ingolata.. ci possono contare?

    Farewell

  7. Addio Nikolaus, con te se ne è andato un pezzo del mio cuore. Ricordo ancora quando, quasi quarant’anni fa ascoltai per la prima volta nella mia vita le quattro stagioni di Vivaldi. Intendiamoci, le quattro stagioni le avevo ascoltate per la prima volta alle scuole elementari e da allora sino al disco di Harnoncourt, che incise tutta l’op.8 le avevo sempre trovate melense, insopportabili, zuccherose, noiose. Colpa di Vivaldi? No colpa de I Musici (qualunque versione fa dormire) dei Solisti Veneti (esecuzioni buone per Carosello) e di tutti gli altri interpreti (soprattutto italiani) che si sedevano in una comoda routine e che sembravano solo voler dar ragione a chi diceva che Vivaldi aveva scritto centinaia di volte lo stesso concerto. Grazie Nikolaus, senza di te non avremmo avuto Standage e Pinnock, non avremmo avuto I Sonatori de la Gioiosa Marca, non avremmo avuto Carmagnola e Marcon e forse non avremmo avuto nemmeno gli strepitosi ultimi Brandeburghesi di Abbado (chi ha anche la vecchia versione Ricordi con i flauti traversi al posto dei dritti nel II e nel IV, su rende conto che il cammino è stato lunghissimo). Grazie anche per il tuo Mozart strappato dalle gnagnere dei direttori come Hager che lo inzuccheravano facendoci per di più sentire vocine insopportabili e pronunce italiane che definire improbabili è un eufemismo… Che cosa dite? che insomma il suo Idomeneo supercompleto non è perfetto? Verissimo, ma l’orchestra racconta la storia, i cantanti si incazzano quando devono e sono o meglio tentano di essere dolci alla bisogna… insomma c’è una regia sonora. Caro Duprez, sottoscrivo tutto quello che hai acutamente scritto e aggiungo che, se proprio devo scegliere, preferisco ascoltare un’opera con un direttore che racconta la storia e magari si prende qualche rischio anche se ha a disposizione voci non perfette, magari pure bruttine (a patto che non siano fuori parte come Domingo baritono) ma che interpretano e danno un senso a quel che dicono.
    E poi… Harnoncourt sapeva anche non essere filologo! Prendiamo la sua Poppea in video: Nerone è un tenore, non un contralto (proprio da lui che nella sua prima Poppea aveva scelto la Soedestroem non ce lo saremmo aspettato). Il risultato dell’accoppiata Harnoncourt/Ponnelle (regista mai rimpianto a sufficienza) è straordinario, emozionante, coinvolgente e mi ha permesso avvicinare all’opera tanti amici e amiche che non volevano nemmeno sentirne parlare (e anche di far innamorare di me qualche fanciulla sulle note del finale) Grazie Nikolaus e a tutti voi ben ascolto e soprattutto buona visione del “pur ti miro”.
    https://www.youtube.com/watch?v=4pjXfChGWds

    • Al tuo bellissimo ricordo voglio aggiungere alcune tappe epocali:
      – Beethoven: Abbado dichiarò che il suo ultimo e straordinario Beethoven non sarebbe esistito senza Furtwängler e Harnoncourt;
      – Bach: vorrei ricordare come nel 1964 si eseguivano i Brandeburghesi con orchestre da 50 violini buone per Mahler e tempi lentissimi. Harnoncourt fu una rivoluzione;
      – Bruckner: quello che Girardi definisce ridicolo. Invito a sentire la Nona con il suo completamento esplicato nota per nota

  8. Mamma mia quanto acido muriatico!
    Ricordo che alla preside della mia scuola media che aveva d’ufficio soppresso l’insegnamento facoltativo dell’educazione musicale in quanto ci eravamo iscritti solo in due, il padre dell’altro mio compagno di corso – uomo di grande spirito e cultura – chiese: “Professoressa, ma lei ama la musica?” Alla sua risposta:”Non sono affari suoi”, egli ribattè:” No, sa, perchè la musica calma i nervi e distende gli animi!”. Godiamoci quello che ci ha lasciato Harnoncourt, che non camminava sulle acque ma sapeva nuotare. Personalmente ho risentito la sua lezione concerto sul finale della nona di Bruckner e credo che la sua frase “rovistate nei vostri solai e guardate nei fondi dei vostri cassetti… Potreste trovare le pagine che ci mancano e che Bruckner ci aveva lasciato” valga da sola tutte le lunghe disquisizioni di colti filologi.

    PS: la mia preside, appena andata in pensione, si suicidò col gas. Non amare la musica fa male alla salute.
    De hoc satis!

Lascia un commento