Guglielmo Tell a Torino: e continuiamo a parlare di Calisto Bassi?

Questo sito ha scritto ed illustrato ampiamente i meccanismi compensatori che tramite il teatro di regia si sono voluti innescare, nei decenni passati, all’interno delle produzioni liriche. Meccanismi atti a soccorrere le deficienze del canto e/o della direzione d’orchestra, distraendo dalla musica il pubblico grazie alla parte visiva, che può portare, in certi casi, un effettivo upgrade positivo al bilancio finale di una produzione oppure deliberatamente e scientemente creare, in altri casi, un diversivo provocatorio che catalizzi sull’allestimento ogni giudizio negativo, anche quello spettante alla parte musicale. Nessuna logica compensatoria, invece, dovrebbe alterare la valutazione della performance musicale, perché l’opera lirica è arte vocale in primis e soprattutto, e direttoriale. Men che meno al giorno d’oggi, al cospetto della fine del teatro “di regia”, che del suo postulato iniziale “di regia” non ha più nulla.
L’esperienza torinese del Guglielmo Tell ora in via di conclusione, ampiamente dibattuta sui giornali nazionali e non solo, ci ha messo davanti ad un caso estremo e, oserei dire, da manuale, della situazione paradossale cui la lirica è pervenuta, quando il teatro di regia confligge con il lavoro musicale, danneggiandolo. Chi ancora crede, sovrintendenti delle maggiori opera houses in testa, che questo tipo di teatro sia la carta vincente e salvifica per un’opera lirica stravolta ed esausta dovrebbe essere costretto, previa una bella parata di ascolti di qualità relativi al Tell ed una buona dose di istruzione su cosa sia questo ultimo immenso capolavoro rossiniano, ad assistere allo spettacolo vergognoso di G. Vick, pure patrocinato dal tempio della cultura rossiniana che il Rof presume ancora di essere, e….meditare. Anzi, scontare con gli occhi il fastidio che l’insopportabile visione di questa produzione arreca allo spettatore, mentre sulla scena, chiunque canti, buoni e cattivi come domenica scorsa, non solo non riceve aiuto alcuno, ma viene chiaramente ostacolato nel proprio difficile “dovere “ di musicista e cantante, cercando di trasmettere il messaggio scritto da Rossini. Il cast era molto lontano dall’essere all’altezza di un compito assai difficile e complesso, ma tutto quanto era in suo potere fare, ogni sforzo finiva vanificato a causa di una messinscena che non meritava la ripresa torinese dopo le polemiche adriatiche dell’estate passata. Piuttosto la forma di concerto, anche per dare un segno al pubblico che siffatte porcherie, quando passano il limite dell’ammissibile e volgarmente agiscono contro compositore e persino chi va in scena, non possono essere condivise.
Della prova di Vick voglio dunque dire il meno possibile, perché il silenzio in questi casi è doveroso. Inutili le ridicole “note di regia”, ossia “istruzioni per l’uso” che pretendono di spiegare allo spettatore in vena di sentirsi colto quello che da solo non si spiega, perché del tutto estraneo alla poetica del libretto e dello spartito. Gli strumenti per trasmettere il proprio pensiero sono quelli specifici del mestiere e se con quelli non si riesce nè a servire l’autore né a far capire la propria idea, allora si è fallito nel proprio compito. Ammesso che poi l’idea ci fosse, o meglio, che Vick si sia sforzato di studiare il Tell, di capirne significato ed importanza nella storia della musica. Taciamo anche del clero della comunicazione culturale che, in casi come questi, starnazza, si agita, promuove scodinzolante qualcosa che lede la lirica, offendendo preventivamente anche il pubblico che questa vergogna rifiuta, perché non ancora obnubilato dalle scemenze. L’ignoranza e la cretineria sono davvero del pubblico o non risiedono piuttosto altrove?
Ciò detto, sarebbe buona regola che i signori registi comparissero ogni sera, al pari dei cantanti e del direttore, al proscenio, a ricevere la loro dose di riscontri, perché se i musicisti ogni sera rispondono del loro lavoro, non si vede perché per i registi non debba valere la medesima regola: domenica scorsa credo, stando ai commenti della gente, che il pubblico si sarebbe ribellato a Vick, ai suoi ridicoli cavalli con la testa mozza, alle sue stranianti luci en plein air contrarie al clima notturno e boschivo di tanta parte dell’opera, ai girotondi ebraici del coro scalzo con le scarpe in mano, alla proiezione da cinema muto cui si voleva costringere Arnoldo durante la sua grande scena, alla festa del terzo atto stile anni ’30, alle barche volanti, a quelle danze oscene, alle scritte col sangue ed alle pubblicità da stazioni sciistica, al filmato del “mare svizzero” in tempesta e chi più ne ha più ne metta. Tutto il peggio del Ronconi scaligero, remekato in chiave scandalistica cogliendo appunto il peggio di una produzione a suo tempo malriuscita. Altro che logiche compensatorie !

Passando ai professionisti che hanno lavorato a questa ripresa, si può dire che l’opera, nel complesso delle sue atmosfere romantiche, nell’invenzione a tutto campo di Rossini destinata ad essere geniale eredità per più di mezzo secolo, nei presagi di ciò che verrà come nelle componenti specifiche del suo teatro di sempre, è stata restituita solo in parte, ora con momenti di altissima qualità, ora in modo inadeguato.
Il nocciolo della produzione, infatti, risiede nel lavoro di Noseda, che ha diretto il Tell su due binari distinti. Da un lato quello degli accompagnamenti al canto, certamente la parte migliore dell’intero spettacolo. Tempi abbastanza spediti, adeguati alle voci, tagli di tradizione opportuni anch’essi per le medesime ragioni di budget vocale, climi romantici ed estatici, orchestra morbida e varia, mai metronomica, con una certa vis poetica, come alla sortita di Matilde o al duetto d’amore, o al terzetto Arnolo Tell Gualtiero. Dall’altro lato, però, Noseda ha mancato la cifra descrittiva della partitura: un Tell privo, anche in orchestra, della natura che circonda gran parte dell’azione ( il I atto in primis), con la magniloquenza di parti come il concertato atto III ridotta a reiterazioni meccaniche delle frasi, un continuo surplus di percussioni martellanti e fastidiose, i celebri crescendo, come quelli dell’ouverture, normalizzati sul mezzoforte e forte costanti, sono stati la componente debole, per non dire negativa, della sua direzione. E’ una costante dei direttori odierni l’incapacità di cogliere la specificità del gran operà, che richiede il continuo variare degli accenti, la ricerca dei colori ( si pensi alle due sequenze di danze, seppur tagliate..) e delle atmosfere, l’abilità ad innestare il procedere dell’azione nel meccanismo dei topoi che compongono il “genere” dalla cornice storica, quasi sussitesse un pregiudizio verso questo tipo di prodotto teatrale ( diversamente dovremmo pensare ad un Noseda che ha poco pensato questa sua prova rossiniana..). L’ incapacità della bacchetta nell’orchestrare la cornice entro cui il canto dei solisti ha luogo è andata di pari passo col senso di straniamento prodotto dall’allestimento, perciò lasciarsi coinvolgere è stata impresa assai ardua domenica pomeriggio, perché a Rossini mancava …Rossini.

Delle prove vocali credo sia degno di nota e ricordo solo mr Osborn, mente il resto del cast è irrilevante.
John Osborn non canta certo l’Arnoldo che Rossini avrebbe desiderato: le puntate che pubblicammo l’estate scorsa in occasione del Tell pesarese raccontano una storia diversa e di altra sostanza vocale, che è quella ben introdotta a suo tempo dal nostro Mancini e a cui vi rimando (http://www.corgrisi.com/2013/07/arnold-un-mese-di-comparazione/). Con una voce che non ha il corretto focus, causa anche le oscillazioni di repertorio, il signor Osborn, tenore contraltino suo malgrado e non certo universale come vorrebbe essere, soffre al centro per una emissione che fa storcere il naso ai fautori di Florez come a noi. Detto ciò, si è assunto un onere di tutto rispetto in questi anni, amministrando questo Arnoldo per ogni dove, cosa non da poco, anzi, davvero ammirevole e senza confronti sul mercato, perché cantato con voce maschile e non eunucoide. Non disponendo del mezzo di Giannone Raimondi, ma nemmeno di quello di Chris Merritt, gestisce la parte privilegiando il ripiegamento interiore ( esageratamente dimessa l’aria in questa sua modalità..), gli accenti lirici ( il duetto con Matilde è forse la sua cosa più bella ), e fidando sulla sua naturale estensione in alto per i do della cabaletta che esegue eroicamente senza taglio del da capo. E più di così non potrebbe, anzi, fa pure troppo per la sua voce, calibrando tutto, ogni frase centellinata per poter gestire la parte sino alla fine per la serie di recite. Resta il limite del lato eroico di Arnoldo, che non esce mai, di fatto, come accade al duetto con Guglielmo dove, complice anche il suo alter ego, pareva di assistere ad un duetto da opera comica: il mezzo carattere del gran operà, perché di tale natura è la scena, ha altra ampiezza di fraseggio, altra complessione vocale, come un po’ tutto il ruolo. Detto ciò, senza Osborn oggi non avrebbe senso rappresentare questa opera che continua a non trovare Matildi e men che meno Guglielmi all’altezza.

Angela Meade, stella americana delle parti heavy di agilità, rappresentava un motivo di interesse per l’ascolto dal vivo. La voce è importante e sonora, ma…tutto finisce lì. Si barcamena nell’aria d’entrata, esibendo i suoi decibel che impressionano un pubblico abituato alle vociuzze, specie in Rossini, ma Matilde è ben altro. La cantante non gestisce il fiato in realtà, perciò gli acuti non girano ( nemmeno i primi ), e la voce salendo al registro superiore si fa acida e chioccia. Con l’andare della parte poi emergono via via suoni sempre più aperti e spampanati ( terribile la a sempre scoperta ), agilità raffazzonate, una generale volgarità insostenibile nei momenti in cui il personaggio canta di slancio ( mirabile la seconda scena del III atto, provvidenzialmente tagliata nel da capo da Noseda ! ). Che si tratti di una materia prima importante ma mai sotto controllo è chiarissimo quando il soprano americano tenta di cantare piano, come all’incipit del concertato del III atto, dove ha provato alcune frasi smorzate, regolarmente scivolatele indietro, perdendo del tutto la sonorità, per poi ripiegare sul mezzoforte. Risultato: una Matilde che prende gli applausi all’entrata da chi si fa impressionare dal volume, ma che risulta inadeguata stilisticamente perché spinge ed ingrossa di continuo la voce, mai regale od aristocratica, mai “rossiniana” e che paga pegno ad ogni scena, dal duetto con Arnoldo fino al terzetto con Edwige e Jemmy, e che sa della brutta provincia di altri tempi.

Dalibor Jenis restituisce pochissimo del personaggio di Guglielmo. Disponendo di una voce che per tonnellaggio sarebbe adeguata alle parti di buffo, non trova mai modo di imporsi perché costantemente in debito di quell’ampleur che fa di Guglielmo una grande figura nobile, eroica e romantica. Della tessitura gli manca completamente la parte bassa, dove il cantante apre la bocca senza produrre un decibel, mentre nella zona alta la voce suona tutta nasale e chioccia, per nulla nobile ed adeguata la personaggio. Al duetto con Arnoldo, al primo atto, non ha alcun peso, idem dicasi al terzetto dove dovrebbe imporsi con solennità ed aulicità; la grande scena, “Resta immobile”, passata via senza suscitare gran emozioni, complici alcune stonacchiate, perché il ruolo di Gugliemo è tale, per scrittura, che senza una voce importante al centro ogni protagonista stenta ad essere personaggio e a trovare varietà di accento.
Pessima la Edwige della signora A. Chiuri, troppo volgare sguaiata in zona centro grave, e con voce infantile e sgraziata il Jemmy di M Bucciarelli
Del parco bassi mi sento di dire qualcosa di positivo solo del Melchtal di F. Beggi, il più sonoro e gradevole di tutto il trio grave per emissione; inadeguato Palazzi alla scrittura di Gualtiero Furst, mentre Tittoto soffre la scrittura di Gessler e paga sugli acuti, che sino a qualche tempo fa giravano assai meglio. Male il pescatore di M. Atxalandabaso, falsettante e stonacchiato, come pure il Rodolfo di L. Casalin, che ha introdotto malamente il concertato atto I.

Questo è lo stato dell’arte, cari lettori. E il pensiero non può fare a meno di andare a chi ancora, in mezzo a tutto ciò, oziosamente discetta sull’adeguatezza o meno della versione ritmica di Calisto Bassi, o su come si sarebbe mai potuto adattare l’allestimento pesarese eseguito integralmente con i tagli di tradizioni praticati da Noseda, o altre noiosissime amenità di egual fattura. E si, è proprio vero, domenica tutto ciò che non andava era colpa del povero Calisto !

7 pensieri su “Guglielmo Tell a Torino: e continuiamo a parlare di Calisto Bassi?

  1. Mi scuso per la lunghezza del mio intervento, ma vorrei fare alcune considerazioni a margine di questo Tell torinese e al bel pezzo di Giulia.
    1) Sulla versione ritmica di Calisto Bassi: certo che – forse, visto come vanno le cose oggi – è l’ultimo dei problemi, ma è sintomatico di un certo sentire, di una certa miopia culturale e, pure, di un brutto provincialismo quasi ostentato che un teatro importante (e che vanta, ultimamente, produzioni importanti ed esiti ragguardevoli) come il Regio di Torino nell’Anno Domini 2014 proponga ANCORA una versione ritmica irrimediabilmente datata e zeppa di problemi sul piano della coerenza musicale, quando ovunque si esegue il Tell nell’originale francese: qui non si tratta di puntiglio filologico o di dettaglio di scarsa rilevanza. E’ noto infatti che la traduzione del Bassi comporta centinaia di alterazione della scrittura rossiniana (accenti spostati, frasi modificate, ritmiche riscritte, note aggiunte o eliminate); è noto anche che Rossini MAI autorizzò un tale scempio e che, anzi, approvò e, probabilmente, supervisionò l’unica traduzione che vanta il crisma di autenticità, ossia quella di Luigi Balocchi – librettista “ufficiale” del Theatre des Italiens – preparata per il cammino dell’opera fuori dalla Francia (dove era obbligatorio l’italiano) e ascoltata a Dresda nel febbraio 1831. Non ci sono ragioni, oggi, per eseguire il Tell nella problematica versione del Bassi, se non l’arretratezza mentale. Non ci sono neppure quelle ragioni di contingenza che renderebbero comprensibile (anche se non giustificabile) la scelta: nel cast, infatti, vi sono solo cantanti stranieri (nelle parti principali) con maggiori problemi nell’articolazione dell’italiano che del francese (Osborn in primis); il coro del Regio canta abitualmente in altre lingue senza troppi drammi (Boris, Onegin, Parsifal, Carmen etc…); il pubblico torinese non credo sia composto da minus habentes incapaci di reggere un’opera in francese, quando hanno retto (e riempito la sala) le 5 ore in tedesco del Parsifal o le 3 in russo del Boris… Nessuna scusa, dunque, ma solo tanta tanta tanta ignoranza. Non mi stupisce da parte di Noseda, ma mi sarei aspettato maggior buon senso dalla sovrintendenza.
    2) Il Tell sta diventando un’opera di repertorio. Nulla di male – è un capolavoro assoluto – ma mi pare che nell’ansia di sfornare Tell in ogni teatro piccolo, medio o grande, si sottovalutino (o si aggirino) i problemi della partitura che è e resta un’ardua parete da scalare. Per l’orchestra, per il direttore e per i cantanti. Sarò schizzinoso o incontentabile, ma in giro non vedo così tanti direttori o artisti in grado di affrontare il capolavoro di Rossini…e comunque quelli che potenzialmente non sfigurerebbero, o non lo avvicinano oppure sono in numero nettamente inferiore alle tante produzione dell’opera. A parte i comprimari (che hanno spesso parti rognose, come Gessler, Melchtal o, soprattutto, Ruodi), l’opera ha bisogno di un baritono di grandissima eloquenza e con padronanza assoluta delle sfumatura del canto di conversazione, del recitativo drammatico e di ogni sottigliezza dell’interpretazione (non ha brani chiusi, ma massacranti ariosi e recitativi); un soprano che deve coniugare il retaggio della virtuosa e le suggestioni del canto lirico e protoromantico in un’aura malinconica che non può risolversi nel patetico o nel bamboleggiante; infine un tenore che deve affrontare una scrittura di delirante difficoltà, zeppa di acuti e di carattere eroico…e che non può risolversi in una specie di Lindoro drammatico con la scusa di Nourrit o del tenore contraltino: Rossini con Arnold apre di fatto la strada al tenore romantico (pur in maniera inconsapevole e, anzi, non voluta) che non è semplicemente un virtuoso o un acrobata del pentagramma, ma che deve essere un cantante completo coniugando virtuosismo, elegia, eroismo, lirismo.
    3) Sulla messinscena di Vick: già Giulia ha scritto tutto quel che c’è da dire…ma il troppo non è mai abbastanza per descrivere e denunciare l’opera delinquenziale di Vick. Spacciata, ovviamente, per “geniale”. Ma che c’è di geniale nell’eliminare la natura, elemento FONDAMENTALE del Tell? Che c’è di geniale nel calcar la mano su un presunto contenuto socialista (con una traduzione, poi, che scientificamente elimina dal testo la parola “libertà”)? Che c’è di geniale nel ridicolizzare la drammaturgia – forse ingenua – di un dramma ottocentesco, con perversioni sessuali al posto delle danze, con grotteschi filmini di famiglia, con bandiere rosse e pugni chiusi (in Svizzera!?!), con poster e foto di profili alpini che sembrano presi in prestito dai rifugi dell’Engadina? Come al solito la critica – quella ufficiale, quella togata, quella della stampa – si è persa nel proverbiale bicchier d’acqua, e per non correre il rischio di passare per retrograda ha fatto la figura della stupida… Stupida, ma snob direi…anche se qualcuno ha pensato bene – in un eccesso di civile e pacato confronto di idee – di definire “idiota” chiunque avesse criticato l’idea di Vick. Ora, premesso che chi definisce “idiota” chi non la pensi come lui meriterebbe solo una pernacchia e un grillino “vaffan…” io mi chiedo perché una roba del genere dovrebbe piacere per forza, pena la scomunica. E non mi si dica perché “Vick per la prima volta fa capire che la libertà e la rivolta del Tell rossiniano è il ritorno all’origine, e a quella mitica età dell’oro che coincide con la restaurazione degli antichi valori distorti dal sopruso” perché chiunque conosca un minimo di storia e filosofia politica del secolo XIX conosce bene cosa si intende per restaurazione e ritorno agli antichi valori (anche in contesto controrivoluzionario). E sa bene a cosa mirava l’ideale di “rivolta restauratrice” in epoca post ’89: con la valorizzazione degli stati nazionali, dell’identità culturale, del valore fondante delle antiche tradizioni e persino della religione dei padri. Tutti hanno letto Schiller, Manzoni, Novalis etc… Del resto in tempi non sospetti, ne parlai io stesso (tra gli altri più importanti di me) in relazione al Fidelio e alla sua lettura forzatamente rivoluzionaria. Ma evidentemente è più comodo definire idiota chiunque pensi con la propria testa…
    Attendiamoci dunque altri 10, 100, 1000 Tell (Guglielmo o Guillaume a seconda del grado di provincialismo) interpretati da cast adatti al Matrimonio Segreto, da Annibali Pistacchio e Lindoro mascherati per un tragico carnevale, da direttori che incespicano con gli zum-pa-pa del Verdi “di galera” o gli arpeggi di Donizetti e Bellini e che però credono di essere in grado di reggere il capolavoro assoluto di Rossini, da tagliatori (s)cortesi che pensano di migliorare Rossini (dopo aver “migliorato” Musorgskij, Borodin o Bizet con disinvolti tagli & cuci o integrazioni autoprodotte) e da registi che vengono pagati per far macelleria teatrale con licenza di masturbazione mentale attraverso riscritture sessantottine di qualsiasi titolo (ci hanno risparmiato i nazisti stavolta…anche se nella “geniale” Zurigo del furbetto Pereira hanno fatto pure peggio di Vick – ed era difficile – con Tobleroni, Rolex e Banche ad arredare la scena del Tell). O tempora, o mores!

  2. Vidi l’allestimento la scorsa estate in Pesaro.
    Sconcertata dalla simil sala congressi in stile archistar Fuffas e dalle sciocchezze che ivi vi si svolgevano.
    Perché riperpetrarlo e riperpetuarlo a Torino?
    Boh……!

  3. Io ho notato alcune differenze registiche tra la versione di Pesaro e quella di Torino: l’altra sera i balletti erano meno idioti (o forse sarà stato per un taglio musicale che ci ha evitato le coreografie relative), niente pugni chiusi e fazzoletti rossi sventaglianti (restava la bandiera) nel “Corriam,…”. Anche Arnoldo mi sembra portasse un costume diverso e non l’uniforme che credo avesse Florez (il che è anche logico).
    Invece della Meade c’era Erika Grimaldi (e Capitanucci nel ruolo titolo), la quale ha fatto mini-variazioni nella seconda strofa di selva opaca e dell’aria del terz’atto, anche se priva della ripresa finale, come il duetto con Arnoldo! Ma che senso ha fare questi taglietti? Non servono certo a ridurre la durata dello spettacolo, nè a favorire le voci, che tanto sono quello che sono in partenza. In un duetto tripartito e grandioso, un taglio del genere e una chiusa così precipitosa dà l’idea di un sufflé che si smonta. Siamo al livello di Oren nel primo Verdi. Bene ha fatto Osborne a fare la ripresa nell’aria del IV atto!
    La Jemmy quasi inaudibile nel concertato del primo atto e senza l’aria.
    In generale ho avuto l’impressione di un Rossini verdizzato, cosa che poi nuoceva pure alle voci in questione.
    Si salva solo Osborne, mentre come Matilde la Rebeka di Pesaro era non certo ideale ma decisamente meglio (Rebeka e Osborne avevano cantato insieme il Tell alla DNO all’inizio del 2013, si poteva replicare l’accoppiamento).
    Condivido anche le riserve sul testo che Duprez ha fatto molto meglio di come avrei potuto fare io!

    P.S.: avete sentito la Matilde della Pratt (con Florez debuttante a metà 2013)? C’è qualche estratto su You tube….

  4. Domenica scorsa c’ero anch’io: prima fila, a tre, massimo 4 metri da Noseda, questo per meglio inquadrare alcune cose che diro’.
    Per la cronaca: fino a pochi mesi fa, Jemmy doveva essere, per tutte e 5 le recite, Erika Grimaldi, promossa poi a Matilde ma limitatamente alle 2 recite del secondo cast: non l’ho fatto ma avrei voluto andare a sentire anche il secondo cast proprio per Erika Grimaldi, che non mi dispiacque a Febbraio come seconda Liu’ e avrei voluto vedere, anzi sentire, come se la sarebba cavata con Matilde.
    Leggo che Enrico parla di Capitanucci, riferendosi presumo alla 4^ recita e non mi spiego cosa sia successo: Capitanucci era previsto in 2^ cast per la 2^ e la 4^ recita ma domenica scorsa, 3^ recita, sul tabellone il suo nome era cancellato: ho chiesto, per curiosita’, informazioni e mi e’ stato risposto: “Capitanucci non si e’ mai visto alle prove, quindi tutte e 5 le recite le fa Jenis”, ma allora, poi, dev’essere ricomparso all’improvviso per la 4^. Boh.

    La regia di Vick: che dire ? Si potrebbe dire tantissimo, o pochissimo. Mi limitero’ a poche considerazioni. In termini generali, anche a me non e’ affatto piaciuta: sconclusionata, cervellotica, illogica, irrazionale, ma soprattutto, direi, sconclusionata. Devo dire pero’ che, nell’ambito di questa valutazione generale, qualche momento particolare potrebbe essere salvato: nel Finale I, dove gli “oppressi” si ribellano gettando gli stracci con cui pulivano i pavimenti. la scena della festa del III Atto era probabilmente fuori contesto, fuori dal clima, certo, pero’ era recitata bene, soprattutto da Luca Tittoto. Per il resto, ripeto, tutto fuorviante ed anche puerile: il peggio, secondo me, il II e il IV Atto, con la storia dei cavalli, messi “a riposo” a mamo a mano che si ingrossavano le file dei patrioti, ma non c’era proprio un altro modo per significare la potenziale perdita di potere degli oppressori ? E poi anche il cavallo a pezzi all’inizio del III Atto, tutto il IV Atto con l’incendio della tavola come segnale di rivolta. insomma, tanta cerebralita’ inutile.
    Due signore in seconda fila hanno addirittura buato la festa del III Atto, immagino perche’ turbate dall’eccessiva tracotanza degli “oppressori”.
    Dialogo tra due signori in fila con me alla toilette. primo signore “ma, a lei piace ?” secondo signore “se chiudo gli occhi, si’ Primo signore “a me non piace anche se chiudo gli occhi”.

    Poi: Noseda pesantuccio in parte nell’Ouverture e, come mi e’ parso anche nella diretta radiofonica della Prima, anche nella gara di tiro del Primo Atto.
    Angela Meade: ovazione all’aria per una voce che si presenterebbe come importante ma quando sale si fa stridula e, in pratica, negli acuti urla: personalmente, non le ho dedicato applausi.
    Dalibor Jenis: quando sale il suono si apre e s’ingrossa. anche a lui, nessun mio applauso
    Osborn. forse un po meglio, ma l’aria un po deludente, meglio la cabaletta.
    Anna Maria Chiuri: l’ho trovata non male al Primo Atto, ma peggiorata nel IV, per radio mi era parsa migliore.
    Marina Bucciarelli. e qui dissento da Giulia, perche’ ho trovato l’emissione dolce, morbida e tonda; come dice Enrico, tendeva a sparire nel Finale I, ma, da questo punto di vista, miglorava in seguito perche’ comunque, nel Finale IV, si sentiva. Dalla prima fila e’ arrivato infatti un “brava” da uno che di “bravo/a” ne elargisce pochissimi, quasi nessuno. E’ chiaro che e’ una voce da Jemmy, Oscar Sophie ma so che ha gia’ cantato anche Micaela e Zerlina. lo so perche’ oggo ho cercato notizie in Internet: insomma, io ci conto.
    Concordo solo parzialmente con Giulia sul terzetto dei bassi, che ho trovato complessivamente abbastanza soddisfacente: anch’io non ho trovato male Fabrizio Beggi ma direi che metterei invece al primo posto Mirko Palazzi mentre Luca Tittoto, che pure non ha sfigurato, e’ un po troppo cavernoso, ma davvero ottimo attore.
    Anche su Luca Casalin non concordo perche’ non mi e’ spiaciuto.
    Cosi’ cosi’ Atxalandabaso.
    Successo addirittura trionfale al termine con, addirittura, applauso ritmato.
    In effetti, sarebbe proprio giusto che il regista si presentasse ad ogni recita anche se immagino che qui Vick non ci fosse perche’ era una regia “ripresa”. Ecco, se si fosse presentato si sarebbe probabilmente spento l’applauso ritmato.

    Un’ultima considerazione, indipendente dall’allestimento e dall’esecuzione in oggetto. ma se il II Atto non e’ di Rossini ma lo ha fatto Dio, il IV chi l’ha fatto ?

  5. Per Guglielmo Tell, a questo punto non saprei più dire chi fosse: io mi sono basato sul pdf della scheda di sala (che mi sono stampato a casa e portato in sala (lì lo fanno pagare 50c, questo per dire che forse in sala l’avevano corretta).
    http://www.teatroregio.torino.it/sites/default/files/uploads/pdf/schede/2013-2014/140507-18_Guglielmo%20Tell.pdf
    Può darsi che poi le recite le abbia fatte tutte Jenis, ma non conosco nè l’uno nè l’altro da poterli riconoscere.
    La Grimaldi non è stata male nella I aria, ma in qualche passo arroventato del duetto si è subito ridimensionata…

    Ieri ero al Tancredi al TCE con la Ciofi e la Lemieux..Un Tancredi praticamente senza recitativi!!
    Saluti

    • Si’, lo so: io, infatti, che sono pigro, tengo pronta la moneta da 50 centesimi.
      Grazie per il parere su Erika Grimaldi.
      Comunque, il Regio andra’ in tournee’ con il Tell in forma di concerto negli USA e mi sembra anche Canada:
      alla Carnegie Hall il 07/12 e in altre citta’: Angela Meade, Osborn, Capitanucci, Anna Maria Chiuri, Mirko Palazzi,
      Giacomo Prestia come Melchtal ed Erika Grimaldi questa volta Jemmy, almeno questa e’ la notizia che ho trovato
      poc’anzi ma martedi’ c’e’ la Conferenza Stampa di presentazione della Stagione: se riusciro’, andro’.
      Ma ho letto un’indiscrezione, non so se fondata: si apre con la “Forza”.

  6. Assistito alla recita dell 11 maggio
    Spettacolo visivamente disgustoso e vecchio senza alcuna atmosfera a tratti claustrofobico (essendo in 2 fil a di platea) ho ‘goduto ‘ a pieno titolo delle stronz…e messe i n scene, ad es ingresso del coro a piedi nudi ,balletti tra stretching e crisi epilettiche , nel 2atto apoteosi con cavalli che poi vengono rovesciati e sopra infilata la Solita bandiera rossa, nel 3atto la festa e’ trasfigurata in una cena di schizzati nevrotici violenti paranoici, e la chicca del 4atto ? Matilde riporta jemmy alla madre e per ringraziare apparecchiano la tavola e spunta pure la cucuma napoletana!! E nel finale si apre lo scatolone bianco dove tutto ha luogo e scende una scala rossa cosi andiamo tutti al migros a Lugano a conquistare la liberta! Dalle tasse !
    Ovviamente non un accenno alle atmosfere naturalistiche e romantiche richiamate nel libretto tutta un altr idea mr vick tutta unaltra oper a .
    A coronamento di siffatto ‘spettacolo’ noseda ha dato una lettura tutta sua
    Con tempi nevrotici in piena sintonia con quanto accadeva sul palco , mettendo in evidente difficolta’ i cantanti e adirittura con un ‘vistoso ‘fuoritempo del coro nel finale 1 atto E le voci? Che dire l opera sono le voci ma devono necessariamente fondersi ma nn fondere , matilde era angela meade dotata di un possente strumento vocale ma assai impreciso che ha cmq dato una buona prova anche se salendo tente a strafare , Guglielmo tell dalibor jenis , jemmy Marina Bucciarelli, EDwige Anna MariaChiuri , Gessler Luca Tittoto personalmente non mi sono dispiaciuti, su tutti ha svettato john Osborn Arnoldo , dotato di grande presenza scenica e di timbro squillante nitido e potente che ha eseguito la sua aria del 3 atto con perfezione e un all armi con tanto di un do di petto potente nello squillo e nella durata che ha entusiasmato il pubblico con lunghissima e meritata ovazione .
    Comunque sono uscito sconsolato una delle poche volte che il regio mi ha lasciato l amaro in bocca …avrei solo voluto pernacchiare vick e mezza pernacchia anche a Noseda che ha sposato un simile spettacolo .ps Noseda fa gli stessi versi di Oren quando dirige!

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